Gay & Bisex
Il Glory Hole improvvisato
17.12.2025 |
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"L’odore intenso di quel pezzo di carne non tarda ad arrivare, puzza di piscio e di una giornata in giro..."
Il glory hole nel vecchio casolare abbandonato è nato quasi per gioco, quasi per puro caso. L’estate è un periodo un po’ morto: niente scuola, niente compiti, gli amici vanno in vacanza con i genitori e il paese si svuota. La monotonia delle calde giornate di luglio mi annoia terribilmente, sono obbligato a trovare un modo per passare il tempo, altrimenti che noia tutta l’estate. Penso: “perché non mettere su un glory hole?”; a dire il vero all’inizio non ero nemmeno convinto che la mia idea funzionasse, però poi mi sono dovuto ricredere. Anzi, gli effetti che ha provocato sono stati a dir poco imprevedibili e inaspettati.Estate 2004. Durante uno dei miei soliti giri in bici in solitaria per le campagne, sono arrivato al casolare abbandonato appena all’entrata del paese ed ho pensato: “sarebbe eccitante fare porcate con i maschi in questo posto!”
Ho appena 18 anni e quasi nessuna esperienza con i maschi, anzi direi proprio nessuna, se non qualche sega con gli amici per gioco. Il cazzo, però, mi ha da sempre attratto. Ho sempre fantasticato di toccarlo, annusarlo, magari provare a metterlo in bocca. Di notte, quando tutti dormono, ogni tanto accendo il computer in salotto e guardo qualche video porno in cui i maschi fanno porcate, mi tocco un po’ finché non bagno completamente gli slip, poi cancello tutta la cronologia e torno a dormire. Infatti, è proprio così che ho scoperto dell’esistenza del glory hole: un buco nella parete o in un lenzuolo all’altezza del pisello che permette l’anonimato tra chi viene succhiato e chi succhia. L’idea mi affascina, così decido di portare un grosso lenzuolo bianco nel casolare abbandonato e provare a farci un glory hole.
Adesso che il lenzuolo bucato è appeso, bisognerebbe segnalare la sua presenza, dato che nessuno entrerebbe nel casolare abbandonato; ogni tanto qualcuno ci si ferma vicino per pisciare, ma sicuramente non gli passa per la testa di entrarci.
Decido, così, di scrivere sul muro con una bomboletta spray nera “entra dentro se vuoi un pompino” e una freccia che indica l’entrata, poi sul telo bianco “metti il pisello nel buco”.
Mi posiziono dietro al lenzuolo e aspetto. Passano le ore, ma nessuno si è presentato. “Non funzionerà mai.” penso tra me e me.
Mentre sto per uscire dal casolare, ormai intenzionato ad andarmene, noto che un’auto si sta fermando accanto al casolare.
Sicuramente avrà letto la scritta nera sul muro, non posso farmi vedere uscire da lì, che vergogna. Così, corro di nuovo dietro al telo bianco a nascondermi e aspetto che vada via.
Passa qualche minuto, ma invece di andare via, sento che si spegne il motore dell’auto. Dalla porta del casolare entra qualcuno, cerco di sbirciare dal buco sul lenzuolo e mi sembra di riconoscere la figura. Sì, è proprio lui, il postino del paese: avrà appena finito il turno e si sarà fermato per farsi una pisciata. In paese ci conosciamo tutti, lui è il signor Gianfranco: un simpatico signore di mezza età, alto e tarchiato, stempiato, barbetta incolta e mani e piedi giganti. Sua moglie, la signora Rosetta fa la casalinga. Sono una coppia buffa: lui un omone alto quasi due metri e lei una signora di dimensioni insignificanti.
Il signor Gianfranco va in giro per il paese a consegnare la posta, lo conosco da quando sono nato, tutti lo conoscono in paese per la sua cordialità e gentilezza; ha sempre un sorriso e una battuta per tutti e negli anni si è guadagnato l’affetto di tutti. Non è uno di quegli uomini il cui aspetto fisico attira particolarmente l’attenzione, infatti non lo definirei un bell’uomo secondo i canoni di bellezza; tuttavia, la sua stazza e la sua altezza non lo lasciano passare inosservato. Le grosse gambe, il 47 di piede, il ventre particolarmente sporgente tipico dell’età, l’ampio petto e le braccia massicce sono ciò che lo contraddistingue.
Adesso, tutta questa sostanza la posso osservare furtivamente dal buco nel lenzuolo, senza farmi vedere né se tire. Il signor Gianfranco avrà sicuramente letto la scritta “metti il pisello nel buco”, sarebbe la mia fine se mi cogliesse. Correrebbe dai miei genitori a dirglielo. Che faccio? Sono nel panico. L’unica cosa che posso fare a questo punto è rimanere zitto e immobile dietro il lenzuolo, finché non il signor Gianfranco non se ne va.
I passi, però, avanzano, il signor Gianfranco si sta avvicinando al lenzuolo, il tempo si è fermato, ho il cuore che mi esplode in gola.
Proprio quando penso che stia per scostare il lenzuolo e cogliermi in pieno, sento un rumore: è il tipico rumore di una cerniera che viene abbassata. Sbircio dal buco e noto che il signor Gianfranco si sta abbassando lentamente la cerniera dei jeans, senza però togliersi la cintura e senza abbassarsi i pantaloni. D’un tratto, infila il pollice, l’indice e il medio all’interno della zip aperta ed estrae il pisello a qualche centimetro dal buco. Io rimango immobile come una statua, pietrificato, mentre il suo membro penzola con esitazione dall’altra parte del lenzuolo.
Pian piano, però, il pisello flaccido del signor Gianfranco inizia a muoversi in avanti fino ad attraversare il buco. A questo punto me lo ritrovo a pochi centimetri dalla faccia.
La vastità della pancia nel frattempo ha spostato il lenzuolo in avanti e lo ha sollevato da terra, scoprendo i suoi piedoni che adesso si trovano proprio di fronte alle mie ginocchia.
Non avevo mai visto prima d’ora il pisello di un signore adulto, tranne quello del mio papà a volte, ma questo è di gran lunga più grande: è largo almeno quanto una lattina di Coca Cola e lungo circa una ventina di centimetri, con vene in rilievo e glande interamente coperto dal prepuzio. Il cespuglio di peli neri intorno arrivano quasi a metà dell’asta e le palle grosse come due noci penzolano all’interno dello scroto flaccido, anch’esso contornato da peli neri e qualcuno bianco.
L’odore intenso di quel pezzo di carne non tarda ad arrivare, puzza di piscio e di una giornata in giro. Avvicino lentamente il viso per annusare più da vicino e finisco per sfiorarlo con la punta del naso. I piedi del signor Gianfranco si muovono di scatto, quasi come se fosse stato preso dalla paura, ma il pisello rimane comunque intrappolato nel foro del lenzuolo.
Con una mano afferro delicatamente l’asta e tiro la pelle in su fino a scoprire interamente il glande, dal quale si sprigiona un odore ancora più intenso di piscio. Con le dita rimovo due peli pubici rimasti intrappolati sotto il prepuzio e inizio a sentire un primo gemito provenire dall’uomo. Con l’altra mano aperta sostengo le palle penzolanti e mi rendo presto conto che sono talmente grosse che non stanno nel palmo della mia mano.
Con gambe e braccia che mi tremano per la paura mista ad ansia ed eccitazione, apro leggermente le labbra e con la punta della lingua assaporo il glande: il sapore forte mi fa contrarre il viso in una smorfia quasi di disgusto, ma in realtà mi piace, mi piace maledettamente.
Mentre il respiro calmo del signor Gianfranco si è convertito in sospiri più pesanti, il suo pisello pian piano sta aumentando di volume e si sta irrigidendo: ora non è più in verticale con il glande rivolto verso il basso, ora è in orizzontale con il glande completamente scoperto e dolcemente appoggiato alle mie labbra inesperte.
Istintivamente, mi porto la cappella in bocca e inizio a succhiarla pian piano, su e giù, solo con le labbra, inumidendola con la saliva. I sospiri pesanti del signor Gianfranco ora sono passati ad un livello successivo e sono diventati gemiti di piacere, mugolii.
Con ogni vocalizzo emesso dall’uomo, la mia bocca va un po’ più in profondità, fino a toccare col naso quella fitta peluria nera e bianca dall’odore pungente. Quando la sua cappella sfiora le mie tonsille per la prima volta, il signor Gianfranco libera un urlo soffocato, una scossa gli attraversa il corpo e i piedi si muovono repentinamente per riprendere l’equilibrio quasi perso.
Un senso di ingordigia prima d’ora sconosciuto mi sovrasta, non riesco a staccarmi da quel pisello maturo, la mia lingua scende sino alle palle e inizia a inumidirle: vorrei prenderle entrambe ma riesco a farne entrare solo una, che mi riempie la bocca interamente, e comincio a succhiarla con forza. Il signor Gianfranco si contorce e urla, trema e si dimena. Prendo in bocca l’altro testicolo e sento le sue mani aggrapparsi violentemente al lenzuolo mentre emette forti gemiti di piacere.
Intanto che le mie fauci affamate sono ritornate ad avvolgere il suo membro, le sue gambe tremano intensamente e il respiro si fa sempre più pesante finché, senza dire nemmeno una parola, mi scarica dentro la bocca una serie di copiosi fiotti di sborra bollente che mi scivolano direttamente in gola fino a strozzarmi. Il sapore acre di quel liquido di maschio mi stimola un conato di vomito, che prontamente reprimo, e ingoio tutto. Gli ultimi schizzi arrivano, accompagnati da una serie di versi animaleschi, e io prontamente li accolgo e li mando giù. Non so davvero quanta sborra devo aver mandato giù, ma il signor Gianfranco deve averla accumulata da giorni: è copiosa, densa, acre. Se l’avessi sputata avrei fatto un laghetto per terra.
Una volta espulse tutte le gocce di sborra rimaste all’interno del suo cazzo, il signor Gianfranco frettolosamente rimette l’uccello ancora mezzo barzotto dentro le mutande e corre via.
Io, in silenzio e con in bocca ancora il sapore di quel seme maturo, in stato di trance e con le gambe fragili e tremolanti mi ricompongo lentamente e lascio il casolare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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